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FISAR Federazione Italiana Sommelier
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Sabato 22 Aprile 2017

Il Fiano di Avellino e i suoi terroir

Apia, Apianis, Lapio, Fiano… ecco come si chiama

Era veramente un pezzo che avevo voglia di entrare più nel dettaglio di uno dei più grandi bianchi italiani, un po’ bistrattato per la verità dal grande pubblico ma pur sempre assolutamente degno di nota. Non è facile trovare degustazioni specifiche che parlino di questo vitigno e del suo territorio, dei vini prodotti e di come siano influenzati nelle proprie zone e avere l’opportunità di poter mettere a confronto queste cose era un’occasione da non perdere. I relatori li conosco molto bene e uno oltre che essere “autoctono” della zona è anche un ex compagno di corso quando studiavamo per prendere il nostro diploma di Sommelier. E allora proprio non si poteva perdere questa degustazione di approfondimento.

Sala colma come oramai di consuetudine, un po’ perché siamo diventati tanti, un po’ per l’argomento che è interessante e inconsueto, un po’ perché oramai quando c’è del buon vino gli appassionati non mancano. Posto a sedere trovato, calici belli in fila sulla tovaglietta colorata divenuta oramai oggetto “cult”, taccuino per gli appunti, … non manca niente, si parte!

Un po’ di storia fa sempre bene per contestualizzare

Come sempre le origini del vitigno non sono certe ma l’ipotesi che siano stati i Greci a portarsi dietro le piante nel periodo di colonizzazione è sicuramente fra le più attendibili. Viti Apicie, dell’Apia nel Peloponneso che per varie storpiature lessicali diventano Fiano con la prima citazione a metà del 1200 dai registri degli acquisti della corte di Federico II di Svevia che evidentemente amava il buon vino. Questo vitigno ha rischiato di sparire negli anni da subito prima della seconda guerra mondiale fino agli anni ‘60 come sempre a causa della Fillossera, all’impoverimento delle campagne e al conseguente abbandono. Fu solo grazie a una grande azienda molto operosa in Irpinia, Mastroberardino, che questo vitigno fu recuperato, incentivando i contadini della zona a ricostruire vigneti ormai distrutti e abbandonati riuscendo a riportare la culture dai 2 ettari del 1950 agli oltre 850 attuali.

Il vitigno

Di buona vigoria ha trovato l’eccellenza su terreni sciolti e friabili di origine vulcanica dimostrando anche una buona resistenza alle malattie

Denominazione

Il Fiano di Avellino è una delle 4 DOCG della Campania e come dice il nome può essere coltivato in tutta la provincia di Avellino e necessita di almeno 85% di presenza all’interno del vino prodotto. In generale la provincia di Avellino ha buoni rilievi e come tali gode di escursioni termiche che mitigano il caldo della latitudine agevolando maturazioni precoci e alti livelli di acidità mentre le argille della zona contribuiscono a dare struttura. Sono appunto la freschezza e la struttura i presupposti per avere vini capaci di invecchiamento ed evoluzioni, doti che questo vino porta con sé naturalmente.

La variabilità dei territori all’interno della provincia donano variabilità di tipo ai vini prodotti e è proprio in questa variabilità, in questa “zonazione” che si riesce a riscontrare le caratteristiche dei terrori che saranno analizzati stasera.

Montefredane - Villa Diamante - Vigna della Congregazione 2015

E il primo vino è nel bicchiere, e se questo è il preludio ci sarà da divertirsi. Piccola parcella di appena un ettaro a 400 mt di altitudine. L’antitesi dell’esposizione canonica, Nord Ovest, su terreni argillosi e calcarei. Escursioni termiche ed argilla. Almeno 12 mesi “sur lie” per ottenere un nettare tanto potente quanto incredibilmente elegante, di fiori bianchi con un frutto delicato e mai stancante. Grande la parte minerale che si spinge agevolmente fino alla pietra focaia con una delicata nota boisé nel finale. Un vino profondo e gustoso con tanto carattere ma senza un filo di arroganza. Esemplare!

Lapio - Rocca del Principe - Fiano di Avellino 2015

Lapio, “là dove tutto nasce” è la citazione che accompagna il nostro calice. Ancora buone altitudini, oltre i 500 mt e un ricco strato di origine vulcanica. Le altitudini che differenziano la produzione di valore da quella più commerciale dei fondovalle. La cosa che si mette subito in evidenza è la profonda diversità. Qui il vino si arricchisce di note vegetali, balsamiche e i vari sentori sono netti e slanciati forse più spostato sul frutto e meno sulla mineralità ma non per questo meno interessante, anzi. Se perde in eleganza guadagna in corpo, si sente meno l’opera del vulcano e più la buccia del limone compreso quella leggera nota amara del bianco nel finale di bocca.

Cesinali - Cantina del Barone - Particella 928 2014

Si scende a sud della provincia e anche leggermente in altitudine su colline dedite alla coltivazione delle nocciole, ricche di tufo e di sabbie sciolte che non trattengono l’acqua. La storia di questa cantina è come quella della maggior parte del territorio. Nascono come conferitori e decidono di vinificare in proprio alla fine del secolo scorso. L’uva non viene diraspata per permettere al mosto di acquisire tannini e sostanze antiossidanti. Struttura più leggera, acidità meno spinta, cerca di crescere come complessità con queste macerazioni prefermentative. Il risultato è un vino di un bel colore oro meno intenso negli aromi e con una freschezza che stenta ad entrare nel fin di bocca, caratterizzato fortemente da sentori vegetali amarognoli figli legittimi dei raspi dell’uva. Ancora una diversità, ancora un terroir diverso. Finalmente a fine serata rivelerà la sensazione di nocciole a lungo cercata sui vari assaggi.

Summonte - Ciro Picariello - Ciro 906 2013

Proseguiamo il tour della provincia e questa volta ci spostiamo a ovest in una zona dove la viticoltura è recente ma i risultati notevoli. Cambia ancora il terreno, qui siamo su Dolomia e le radici devono lottare con la roccia su cui poggiano, torniamo in buona quota, oltre i 500 metri con clima nettamente continentale. Forti escursioni termiche. In particolare il cru 906 porta le vigne a 650 metri di altitudine sviluppando intensi sentori agrumati. Il batonnage in cantina fa egregiamente il proprio lavoro donando tridimensionalità al vino. Il floreale e il più ampio e intenso della serata e si spinge bene fino alle zagare del limone. Il corpo è più esile dei predecessori ma la grande freschezza e la nota gessosa che la sostiene regalano una bevibilità magnifica a questo vino caldo. Diverso da Villa Diamante ma sullo stesso gradino del podio, quello più alto.

Candida - Tenuta Sarno 1860 - Fiano di Avellino 2011

Torniamo nella zona vicina a Lapio, subito sotto. Anche qui la viticoltura è recente, figlia della spinta di Mastroberardino, argille e calcare, sabbie vulcaniche e ciottoli, clima fresco, variabile in funzione della conformazione morfologica. La prima vinificazione di questa cantina è recentissima, 2009 per la precisione, in piena conversione biologica in stile molto “francese”. Solo rame e zolfo quando necessario e diserbo meccanico in vigna, concimazioni organiche al minimo visto la ricchezza dei terreni. Rese bassissime e utilizzo di lieviti selezionati in vigna. Oro nel bicchiere, i fiori e la frutta diventano maturi, gialli, secchi. Alta l’intensità e profondità  aromatica a dispetto di una bocca che ha perso leggermente freschezza e inizia un poco a sedersi. Il bouquet è interessantissimo e come spesso succede l’evoluzione verso gli idrocarburi si fa sentire e fa bella mostra di se. Ancora diverso, le muffe, il sottobosco, l’armadio chiuso della soffitta, lo iodio portato dal mare fino all’ultimo angolo del porto, Sapido, salato. Regala emozioni all’olfatto, un po meno al palato. Da non dimenticare per future evoluzioni.

San Michele di Serino - Villa Raiano - Brut metodo classico “Ripa Bassa”

La sorpresa della serata, in questo caso non figlia di un unico terroir ma da provare per l’esperimento della spumantizzazione che hanno voluto intraprendere.
Un metodo classico strano con una bolla media che si presenta subito con i classici lieviti ma man mano si trasforma in un forte agrume, verde e con grande acidità finale. Sicuramente il fiano può disporre di caratteristiche organolettiche che si prestano alla spumantizzazione ma il percorso è ancora lunga da intraprendere e servirà tanta esperienza per giocarsi al meglio equilibri ed eleganza che ogni metodo classico deve portare con sé.

La serata è passata veloce, interessante e sicuramente di chiaro esempio. Il Fiano si è dimostrato degno della fama che si sta conquistando e alcuni degli esempi bevuti erano veramente di eccellente fattura. Sono sicuro che qualcuno, come me, da ora in poi qualche bottiglia in più di Fiano la terrà in cantina per il piacere di bere un vino ottimo e per la curiosità di impegnarlo in un invecchiamente per il quale ha tutte le carte in regola da giocarsi

Un GRAZIE a Martin, a Livio e ai sommelier in servizio durante la serata che hanno saputo accompagnare piacevolmente spiegazioni e degustazioni.

Aldo Mussio

Wine Lover and Champagne addicted. Da tutta la vita si destreggia e sopravvive tra hardware e software di tutte le specie, che sono poi la sua vita imprenditoriale. Ha trovato rifugio nel mondo del vino in tutte le sue declinazioni ludiche e si distrae in vari ambienti “social”.

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Altri contributi: Redatto da Katarina Andersson.

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