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FISAR Federazione Italiana Sommelier
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Delegazione di Firenze
Venerdì 3 Novembre 2017

Friuli: ai confini della viticoltura italiana

Ancora una due giorni Fisar, ancora una levataccia prima dell’alba, ancora tanta voglia di scoprire territori, stare in compagnia e bere del buon vino insieme a vignaioli. Collio, Colli Orientali del Friuli (il famigerato COF), Isonzo, Grave,…. Una panoramica di territori studiati ma con poche occasioni per conoscerli.

Un territorio che negli ultimi anni ha spostato prepotentemente la propria produzione verso vini bianchi (Prosecco compreso) abbandonando i Rossi da osteria per migliorare la qualità a discapito dei volumi. Un territorio legato a doppio nodo alle proprie tradizioni dove nei ristoranti si trovano solo vini autoctoni.

Un territorio dove la moderna viticoltura di qualità è nata grazie a “visionari” che hanno cercato in tutti i modi di invertire la rotta spostando il vino dalle tavole delle osterie a quelle di facoltosi professionisti. Un territorio oggi squarciato dallo scandalo del sauvignon (chi è senza peccato scagli la prima pietra), dall’estendersi del prosecco che entra verso l’interno passando da Lison, dal dominare di grandissime aziende vitivinicole che con forza hanno voluto far nascere la denominazione del Pinot Grigio delle Venezie, un mostro commerciale di cui forse non tutti sentivano il bisogno e che sotto il nome di un vitigno riunisce tutto il nord est italiano. Un territorio dove FIVI ha trovato terreni fertili per svilupparsi e dove tanti piccoli vignaioli percorrono strade personali alla ricerca di qualcosa che li innalzi dalle logiche dei grandi consumi.

Partenza alle 6, arrivo previsto alla prima cantina alle 11, ottima introduzione come sempre di Marco alla gita e ai territori. Durante tutti e due i giorni avremmo modo prima di arrivare alle cantine di conoscerle tramite i suoi racconti, di entrare in dettagli di storia, di cultura e di geologia che ci arricchiranno di informazioni utili.

Geologia che qui assume aspetti fondamentali e riconoscibili con la “ponca”, marna arenaria di origine eocenica, frutto di stratificazioni millenarie ricche di sali e microelementi che conferiscono al vino una specifica e inconfondibile connotazione. Mineralità e sapidità non sono qui un concetto astratto ma una connotazione ben specifica. Un territorio che si svolge su basse colline, protette dalle correnti fredde dalle alpi e mitigate dagli influssi del mare distante poche decine di chilometri.

Ore 11.00 in perfetto orario. Donatella esulta e raccoglie il primo frutto del suo duro e preciso lavoro organizzativo.

Az. Agr. Silvano Ferlat

Moreno ci aspetta in vigna, simpatico e gentile come sempre. Ci siamo incrociati già alcune volte in varie manifestazioni e conosco i suoi vini, ma visitarlo in azienda sarà una cosa diversa, ne sono sicuro. È una piccola azienda a conduzione familiare, fondata nel 1950, biologici non certificati dal 2000 e con certificazioni dal 2017. Obblighi di cui farebbero volentieri a meno visto che non aggiungono niente al loro lavoro se non costi e scartoffie.

Siamo nella D.O.C. Friuli Isonzo ma molti loro vini sono per scelta IGT. Gli ettari di vigneto coltivati con i metodi dell’agricoltura biologica sono 6,5, tutti lavorati con rame, zolfo e Bacillus, fertilizzanti naturali di origine animale. Nessun Sovescio visto la ricchezza organica dei terreni di argilla rossa, ciottoli e sabbie, ma anzi cura dell’inerbimento naturale che aiuti a contrastare un po’ la naturale vigoria della vigna. L’obbiettivo è ottenere vini personali e riconoscibili.

“La qualità dell’uva passa attraverso il massimo rispetto dell’ambiente”

E è proprio questo che trasuda dalle parole di Moreno, rispetto per la natura e per l’ambiente. Un concetto che sentiremo ripetere all’infinito durante tutta la gita.
“Alla costante ricerca della maturazione perfetta dell’uva” perché è in vigna che nasce il vino e è l’uva che trasmette le caratteristiche personali, del terreno e dell’annata nel vino che beviamo.
Impianti tradizionale con guyot monolaterale o con il classico doppio archetto capovolto diffusissimo in queste zone, diradamento dei grappoli in eccedenza, la nota “Vendemmia Verde” finalizzata chiaramente non alla resa ma alla qualità. Spiccata biodiversità presente nella vigna più grande dove varietà diverse sono coltivate una a fianco dell’altra.
La vendemmia viene attuata ricercando la perfetta maturazione delle uve, vendemmiando totalmente a mano in modo da poter controllare i grappoli che utilizzeranno nella produzione dei vini. Questa lavorazione permette inoltre di individuare e suddividere ogni partita di uva per poterla lavorare in maniera separata e dedicata.
Qualità del prodotto e rispetto della natura il tutto indirizzato a prodotti riconoscibili non per etichetta o marchio ma per la stessa realizzazione.

Moreno ci ha preparato anche un ottimo pranzo a base di salumi e formaggi tipici e Frico una frittata meravigliosa con patate, Montasio, croccante fuori e morbida e filante dentro. La sua azienda non fa ristorazione ma l’ospitalità qui è di casa.

E mentre pranziamo scorrono i vini

Pinot Grigio ramato 2016, la prima annata in cui cambia modo di vinificarlo e si passa dai 3gg di tutta la massa a due masse separate di cui una sta solo una notte a contatto delle bucce spingendo frutto e freschezza e la seconda 7 giorni per ottenere struttura e potenza. Un fantastico mix fresco, con aromi varietali di pera, di grande armonia e ampiezza a centro bocca, con un leggerissimo tannino che lo impreziosisce.

Friulano 2016, macera 1 notte, batonnage fino all’imbottigliamento, malolattica svolta naturalmente. Ci pensa la sapidità a spingere la freschezza e ancora una volta il vino si apre volentieri in bocca ampio e avvolgente. Fieno e fiori secchi incorniciano una bocca grassa di frutta bianca che si spegne in un finale leggermente ammandorlato, indubbiamente Friulano.

NoLand vineyard bianco 2016, terza annata imbottigliata, un mix delle sue uve dallo stesso vigneto. 50% Friulano, 30% chardonnay e 20% Ribolla gialla, ma le percentuali cambiano di anno in anno in funzione di quello che la natura offre nel vigneto. Un po’ in cemento e un po’ in tonneaux. La freschezza della ribolla, il corpo e la sapidità del Friulano e le rotondità dello chardonnay. Una leggerissima nota di legno perfettamente armonizzata nel sorso.

Grame 2015, Malvasia istriana, 12/15 gironi di macerazione e poi cemento, Un tripudio di profumi e di armonie. Camomilla, ginestre, miele, albicocche e una sferzata speziata di pepe bianco. Peccato non avere avuto disponibilità in vendita perché è un vino che regala sensazioni piacevoli e intriganti.

Vin del Paron, moscato giallo secco, distonico tra naso e bocca. Nato per piacevolezza del babbo di Moreno come vino da regalare a chi aiutava in vigna. Non è in commercio ma non importa. Una settimana di macerazione dona ai classici varietali simili anche ai moscati quel pizzico di sofisticatezza della frutta secca.

Il Friuli è oggi terra di bianchi ma una volta i rossi avevano il 50% della produzione. Rossi crudi, scontrosi, come piacciono da queste parti. A Moreno questo non piaceva e ha cercato di percorrere una strada diverse con le stesse uve, il Cabernet Franc. Un’uva fantastica che se non maturata a dovere rende vini verdi, sgraziati con intensi aromi vegetali di peperone. Bene il risultato di questo Cabernet Franc 2015 è assolutamente agli antipodi. Ci sono sì note vegetali al naso e in bocca ma eleganti che accompagnano discretamente una pepatura piccante, immensa e gustosa. Pepe nero, frutto nero maturo e alloro macinato il tutto ben cucito da grande freschezza e mineralità. Davvero un bel rosso !

Ancora un NoLand Vineyard, questa volta rosso, 2015. L’uva nera principe delle Venezie, il Merlot, occupa il 90 % di questa bottiglia insieme a Cabernet sauvignon e Cabernet Franc. Un taglio Bordolese/Friulano dove la parte balsamica si unisce al frutto nero. Il legno lo marca leggermente ma servirà nel tempo per arricchire il bouquet e impreziosire la parte tannica.

Un vino a sorpresa, sbuca una magnum non etichettata. Il colore rosso cupo, violaceo, profondo. E’ proprio il Sessanta, annata 2011, la prima annata imbottigliata. 1960 è l’anno del vigneto Sembra nato ieri tanto è brillante e fresco questo cru di Cabernet Franc. Un vino importante, fatto da un’attenta selezione delle uve in vigna.  Una leggera indecisione all’apertura ma del tutto lecita. Giusto un attimo per aprirsi e allargarsi in bocca. Frutta nera, note di caffè, un leggero boisé, liquirizia. Morbido e rotondo al palato con dei tannini setosi. Fresco abbastanza da terminare il calice in un batter d’occhio. Applausi prima di ripartire.

Ripartiamo contenti, pochi chilometri da percorrere in direzione del regno dei macerati.

La Castellada

Siamo a Oslavia nel Collio Goriziano, a pochissimi chilometri dal confine della Slovenia, terra dove si intrecciano tre culture, quella Austriaca, quella Slovena e quella Italiana. Terra che è passata da essere il sud in un popolo, quello austriaco dove si producevano vini rossi, a essere il nord di un altro popolo, quello italiano, dove si producono vini bianchi. Punti di vista diversi della stessa realtà.

Terra di vini macerati che oggi stanno vivendo un momento di estremo interesse e attenzione degli appassionati. Vini che animano facilmente diatribe. Vini che… o li ami o li odi, senza troppe mezze misure.
Ci aspetta Stefano Bensa, nipote di Giuseppe che al ritorno nelle sue zone di origine, dopo aver lavorato in Svizzera, decide di acquistare casa, terreni, e avviare un’attività come osteria. Proprio tramite quell’osteria inizieranno a vendere i vini che producono nei terreni adiacenti.

Ancora una volta colture biologiche, rame e zolfo per contrastare la peronospora e l’oidio. La vigna è completamente inerbita anche qui per creare un equilibrio con le ricchezze dei terreni, per contenere possibili smottamenti a causa delle frequenti piogge consuete da queste parti. Le viti sono più basse rispetto a quello che avevamo visto prima, più “francesi” come realizzazione. Quasi sempre vendemmie anticipate rispetto alle altre zone friulane. Bassissime densità d'impianto, circa 3000 piante per ettaro e classico doppio guyot per l’allevamento. Ribolla gialla, Friulano (qua tutti lo chiamano ancora Tocai!), Malvasia Istriana, Pinot Grigio e Merlot. Non si può sbagliare!

In cantina tecniche tradizionali ma da vino rosso a dispetto del colore dell’uva. La ricerca della stabilità nel tempo e di alta qualità hanno portato a convertire il modo di vinificare in questa direzione. Macerazioni in tini troncoconici per periodi più o meno lunghi a seconda del tipo di uva. Affinamento per due anni in legno, in vecchie botti grandi, barriques o tonneaux. Uso della solforosa ridotto ai minimi termini, travasi solo se necessario, nessun controllo automatico della temperatura. Tutto in modo molto “naturale. Nessuna filtrazione, solo decantazioni naturali e via in bottiglia per un anno prima di essere venduti. Minimo intervento umano e alta qualità.

Il vitigno più Friulano è la Ribolla gialla e sarà proprio da questa che inizieremo la nostra degustazione.

La Ribolla è un vitigno che tradizionalmente da una bassissima struttura ma ha una buona carica aromatica e una grandissima freschezza. Partiamo da assaggi di botte per comprendere l’evoluzione di questi vini. Non esistono tempi certi ma è la natura che li detta: le macerazioni vanno avanti fintanto che tutti gli zuccheri non si sono trasformati e la malolattica è svolta. Possono essere di un paio di settimane o di qualche mese, non importa.

La natura li regola e da lì parte l’affinamento.

Tutti i vini in degustazione sono 2011 salvo la riserva VRH che è un 2007 così come il Rosso della Castellada. Ma andiamo in ordine

Ribolla gialla, fieno e fiori secchi, mimose appassite, frutta secca e disidratata, albicocche, tannini ben percettibili, grandissima freschezza, corpo e struttura. Entra diretto, si apre avvolgendo piacevolmente la bocca e si distende nel finale. Personalmente non amo tropo i macerati ma questo ha una freschezza così spiccata che si lascia perdonare ogni pesantezza evolutiva.

Chardonnay, cambiano gli aromi e si vira al burro bruno, allo yogurt, alle noci e alle spezie dolci. Più impegnativo della ribolla ma di buona soddisfazione e grande complessità. Anche in questo caso la freschezza e la sapidità accompagna bene il sorso fino a fine bocca lasciando che a proseguire sia la persistenza.

Pinot Grigio, si perde un po’ di note aromatiche dell’uva per andare verso aromi complessi dell’evoluzione ma la malolattica su queste uve da questo effetto. Rimane un mix di legni e spezie, di frutta secca e stramatura con una lunghissima persistenza. Difficilmente sarebbe riconoscibile nella sua varietalità ma per gli amanti dei gusti decisi può essere un paradiso.

Friulano, grasso e di struttura rispetto ai primi sentiti. E ancora fiori secchi, agrumi canditi e un alto mineralità quasi pirica. Sicuramente molto espressivo, sicuramente molto macerato.

 


Sauvignon, perde completamente il varietale di queste parti, quello verde, quello che si ama o si odia, pur mantenendo note esotiche molto mature, una buona acidità e l’agrumato candito tipico di queste pratiche di cantina.

VRH, tre quarti di chardonnay e uno di sauvignon, aumenta l’intensità cromatica fino a raggiungere veramente il colore “orange” che identifica questi vini per gli anglosassoni. Spezie dolci, frutta candita, miele. L’intero spettro dei terziari evolutivi. Ancora una volta sapidità e freschezza dominano e sorreggono il sorso riuscendo ad equilibrare la grande struttura.

E infine il Rosso della Castellada, prevalentemente Merlot arricchito da Cabernet Sauvignon. Una grande armonia di frutti di bosco, note balsamiche, liquirizia, caffè tostato, tabacco da sigaro. Un vino complesso, morbido, rotondo, che riempie bocca e sensi. Sicuramente un grande rosso, facile da capire, ottimo per gli amanti del merlot.

Tanto è l’interesse che le ore sono volate e ci troviamo al tramonto a raggiungere la nostra dimora che ci ospiterà anche per la cena.

CASTELLO DI SPESSA

Arriviamo giusto prima di cena, in tempo per fare un aperitivo, a Capriva del Friuli in un bellissimo resort ai piedi del castello che ha ospitato alla fine del ‘700 Casanova.
La struttura che visitiamo riposa nella quiete della natura circondata da un bel campo da golf.

Si cambia tipologia di Azienda con oltre 80 ettari di vigneti di proprietà, 30 ettari nel Collio e i restanti nell’ Isonzo. Una produzione moderna con una capacità che sfiora il mezzo milione di bottiglie annue, sicuramente tra i grandi numeri della regione. Un’altra delle tante facce di chi fa vini in Friuli.

Qui tutto è estremamente tradizionale, dai vitigni alle vinificazioni con una piccola ricerca di innovazione che passa per uno charmat di Ribolla Gialla offerto come benvenuto e termina “sur lattes” con un metodo classico ancora in riposo per i prossimi anni visti che farà ben 36 mesi di affinamento.

I vitigni sono i classici con una piccola aggiunta di pinot nero, una rarità per le aziende della nostra gita, coltivato nella “vigna dei tre pinot” insieme a bianco e grigio.
Il castello vale davvero la pena di essere visto, grande raffinatezza, e a seguire la cena. Ospitalità, ambienti bellissimi con la cantina storica e il bunker dove hanno alloggiato vari comandi militari durante le guerre.

 

I vini friulani sono ambasciatori autorevoli di una straordinaria cultura enologica e la loro eccellenza è riconosciuta ed apprezzata. Castello di Spessa promuove e diffonde in tutto il mondo un'antica tradizione vitivinicola.
Vini sicuramente tipici di una cultura che fa parte di questi territori, probabilmente meno “esclusivi” e più adatti ai grandi numeri e alle esportazioni ma di estrema pulizia e finezza e di facilità di beva.

La cantina in compenso è davvero molto, molto bella tra le più antiche della zona.
Siamo tutti stanchi per la giornata lunga e intensa, la cena scorre bene in tranquillità con buoni piatti accompagnati dai loro vini per terminare in un meritato riposo visto che anche la domenica non ci risparmieremo per visitare tre ottime aziende.

Seconda giornata con colazione rilassata visto che alla prossima azienda avremmo potuto andarci a piedi, proprio in fondo alla strada di uscita dal castello…. La programmazione è fondamentale in queste gite!

MARIO SCHIOPETTO

1965 - Mario imbottiglia il primo “Tocai“ e da inizio alla storia del vino bianco friulano moderno.

Un pioniere che come spesso accade è un visionario che prende spunto dall’osteria del padre e dai lunghi viaggi fatti come camionista per vedere, imparare e sviluppare.
Grandi intuizioni, carattere, tenacia e voglia di apprendere lo legheranno negli anni ai grandi dell’enologia moderna, da Veronelli a Gaja, a Incisa della Rocchetta, Ceretto, Antinori, Biondi Santi. La storia del vino di qualità in Italia passa per queste vigne.
Proprio i viaggi segneranno il suo stile, l’eleganza Francese e la tecnologia Tedesca insieme all’uva Friulana segneranno in modo indelebile i vini di questa azienda.

Ci accompagna nella visita l’enologo dell’azienda, gli Schiopetto (figli) hanno venduto la proprietà ad un importante gruppo ma lui parla e ci racconta come se fossero ancora loro a guidarla. Come se fosse ancora Mario. Tanta passione e consapevolezza.

Una trentina di ettari per lo più intorno alla casa, cuore centrale della proprietà. Poco meno di duecentomila bottiglie prodotte ogni anno. Una grande rete commerciale dove lui per primo partiva per portare i suoi vini a farsi conoscere nei salotti delle più importanti personalità italiane e mondiali.
Aveva trasformato il vino dell’osteria di famiglia in un vino di alta qualità, un vino elegante, “alla Francese”, fatto in Friuli.

“Il vino ha tutto per vivere, la Natura ha pensato a tutto” è senza dubbio il principio di sostenibilità estrema a cui si è ispirato per tutta la sua vita.

La Renana “Schiopetto”

Tanto attento anche ai dettagli da “inventare” una sua bottiglia, una classica renana che tanto lo affascinava, ribassata di un paio di centimetri per permettere di essere maneggiata più agevolmente. Le stesse etichette della linea storica riprendono in maniera inconfondibile lo stile alsaziano. Gialle e con un’impostazione molto simile a quelle dell’Alsaziano Trimbach.

In cantina La Stanza di Mario

Nel cuore della cantina si trova la “Stanza di Mario”, una sala unica in cui si lavora alla riproduzione e moltiplicazione dei lieviti autoctoni per la fermentazione attraverso le tecnologie più avanzate.
All’interno della sala dei lieviti, elemento fondante della filosofia aziendale e del processo produttivo, si procede alla moltiplicazione, per tipologia di vino, dei lieviti autoctoni per far partire per inoculo il processo di fermentazione.

E finalmente in una bella sala per degustazioni arrivano vini

 

Blanc de Rosis 2015 - Un po’ il simbolo dell’azienda, Friulano, Sauvignon, Pinot Bianco, Pinot Grigio. Facile da bere, sottile e invitante riunisce aromi floreali e fruttati freschi ad una buona mineralità.

Pinot Bianco 2015 - Sapido e coerente tra naso e bocca, spinge forte con freschezza e frutto elegante.

Malvasia 2013 - Pesche, agrumi e fiori gialli. Gustoso e facile da bere grazie alla consueta mineralità e freschezza.

Friulano 2015 - La pietra miliare, il precursore, un vino grasso, ricco, sapido, frutta gialla e finale leggermente ammandorlato. TOCAI !

Sauvignon 2015 - Tipicamente verde e balsamico. Esattamente come uno si aspetta un Sauvignon friulano.

Rivarossa 2015 - Un Cru destinato a uve rosse. Morbido e ammaliante, fresco e profumato di frutta rossa, complesso fino al tabacco biondo e liquirizia. Ottimo Merlot elegantemente Friulano con un ricamo di Cabernet Sauvignon.

Si riparte tornando sui nostri passi ma non abbiamo certo concluso la giornata da poco iniziata.

MEROI DAVINO

“Nella vita quando puoi scegliere sei sempre ricco” <cit. Damiano>

Siamo arrivati nel comune di Buttrio, in Provincia di Udine. A ridosso del Fiume Torre e vicinissimo al fiume Natisone sui colli orientale del Friuli. Fiumi che rispettivamente si trovano ad Est e a Ovest del piccolo comune collinare e generano un microclima ideale per la coltivazione delle uve.

La cantina inizia la propria attività nel 1920, Paolo Meroi prosegue con successo l’attività iniziata dal bisnonno già a fine ‘800, con circa 12 ettari di vigne sulle colline di Buttrio e Rosazzo. La svolta a partire dagli anni ’60. Oggi quegli ettari sono circa 20, destinati a diventare 30 nei prossimi anni. Basse rese che riescono a produrre circa sessantamila bottiglie. Le vigne non sono concimate e i trattamenti come di consueto si limitano a zolfo e rame. Cura maniacale per le maturazioni soprattutto per i vini bianchi che se nel caso perdono qualcosa nella freschezza e ricchezza olfattiva, per contro si arricchiscono di corpo e ampiezza. Vini che in generale colpiranno per ricchezza e complessità.

Non mancano comunque per tradizione Merlot e Cabernet Franc oltre a l'autoctono Refosco. Ponca, Guyot singolo e doppio sono simbolo immancabile della tradizione.

L’istrionico Damiano ci accompagna in visita prodigo di spiegazioni e dettaglio, Simpatico ed esplosivo.

Le macerazioni non fanno parte del DNA e delle tradizioni di questa azienda...ci tiene a precisare con grande chiarezza il nostro accompagnatore. Tutto fermenta e affina in legno di cui un 30% è destinato ai vini più importanti. Tutte micro vinificazioni separate per singole vigne e qualità dell’uva.
Tre linee di produzione, dove ancora si fa selezione. Nèstri bianco e rosso di partenza, tutti i mono varietali e per finire cru di singoli vigneti.
Tre le tipologie di terreno che si trovano in vigna e che vengono valorizzate nelle singole vene, argille rosse per la Malvasia, gesso per Chardonnay e Sauvignon e Ponca ovunque, il tessuto connettivo di queste colline.
Scelte importanti, legate alla qualità, dove l’annata 2014, disastrosa per le piogge incessanti non è stata imbottigliata per le linee di prestigio.
Solforosa minima e solo prima dell’imbottigliamento
Tappi selezionati tramite apparecchiature all’avanguardia, dalle migliori aziende e testati in anticipo prima degli imbottigliamenti.

E l’ultima massima in cantina è il manifesto del personaggio e dell’azienda:

“uno deve essere stupido per non fare vino buono in Friuli” <cit.Damiano>

La degustazione proseguirà al ristorante dell’azienda accompagnando gli ottimi piatti della cucina.


Pinot Grigio Meroi 2016 - Pochissime bottiglie, intenso e tipico con i suoi fiori di campo, la pera e la mela e un accenno di erba tagliata. Grande cura per l’equilibrio

Friulano Meroi 2016 - Fermentazioni naturali in legno senza lieviti aggiunti e senza malolattica. Classicissimo, fiori gialli, pere mature, una leggerissima nota balsamica e finale amarognolo. Oramai gli aromi e la grassezza del Tocai (pardon Friulano) abbiamo imparato a riconoscerli.

Sauvignon Meroi 2016 - Sambuco, foglia di pomodoro, ortica e salvia…. volete altro ? fresco e minerale ed elegante. Assolutamente varietale e tipico.

Ribolla Gialla Meroi 2016 - Semplice nei suoi aromi tipici un po’ floreali e un po’ citrini ma elegante, gustosa e vivace, piacevole nella sua facilità di beva.

Nestri Meroi (rosso) 2015 - Merlot in prevalenza e una piccola parte di cabernet franc, floreale dolce e frutta sotto spirito, spezie dolci e vegetale balsamico. Una polpa fresca e ben amalgamata dei classici sentori dell’uva. Freschezza e mineralità del suolo donano armonia al sorso.

Refosco Vigna Dominin 2010 - Finalmente un Refosco e che vino! Scuro nel bicchiere, cupo. Frutta nera matura e uno spettro ampissimo di spezie quando si apre a centro bocca. Complesso. La bocca è grassa, una struttura importante ma sorprendentemente facile da bere e da godere. Davvero un’eccellente realizzazione.

Picolit Meroi 2014 - E finalmente anche il Picolit, oggi ci coccoliamo per pranzo. Oro liquido, Pesche sciroppate, albicocche mature, zagare dell’arancio. Frutta candita e miele di acacia. Dolcezza infinita forse solo leggermente sbilanciata. Se avesse avuto un pizzico di freschezza in più per pulire la bocca nel finale sarebbe stati divino.

Pranzo eccellente, vini anche, consueti acquisti di rito e poi di nuovo sul pullman per l’ultima cantina che ci attende nell’immediata vicinanza di Udine a Pozzuolo del Friuli.

Azienda Agricola Villa Job

ALESSANDRO “Ho 34 anni e ho deciso di produrre vino per amore” …. Così si legge sul loro sito web e niente lo rappresenta meglio.

Il giorno che decisi di intraprendere questo percorso iniziai a viaggiare tra Loira e Piemonte, Borgogna e Toscana alla ricerca di uno stile personale, del vino che doveva piacere a me” Così si presenta il proprietario dietro ai suoi occhiali che gli donano un’aria intellettuale, un po dandy,  e con i baffetti arricciati che fanno tanta simpatia.

Il tempo non ci permette di partire come avrebbe voluto dalla vigna, ma il racconto della sua scelta di vita non lo fa rimpiangere e tutti rimaniamo attenti ad ascoltare le parole di un ragazzo giovane determinato che ha dato una svolta alla sua vita seguendo le orme del nonno con metodo e sperimentazione.

Avevo sentito due dei suoi vini al FIVI lo scorso novembre e mi ero innamorato di quel Pinot Grigio, tanto tipico in Friuli quanto perlopiù bistrattato e relegato a ruolo di vino sempliciotto, da grandi numeri. Un Pinot grigio diverso il suo, allegro e con un gran carattere.

Circa sei ettari su un “alzo” geologico di soli 90mt nella pianura a ridosso di Udine, nelle Grave Friulane (speriamo che Marco non mi cazzi se dico stupidate), un sandwich di sabbie, limi sabbiosi, argille, arenarie e marne, rigorosamente in agricoltura biologica dove la biodinamica diventa la cura dell’armonia dell’ambiente. La medicina per la terra. Il nonno aveva certificato la vigna già a partire dagli anni ’80. Un vero pioniere con le idee chiare.

Vigne di circa 20 anni. Bassissime rese in generale, fino a 1 quintale per ettaro per lo Schioppettino, alte concentrazioni, vinificazioni separate in inox, cemento e legno per poi fare dei blend, delle cuvée come tanto piace ai Francesi e prendere ogni piccola parte che ciascun metodo di vinificazione aggiunge all’uva.

Metodi dichiaratamente ossidativi perché “non interessano gli aromi primari”.

Bassissima solforosa da usare solo prima dell’imbottigliamento o in caso di necessità per inibire piccoli problemi durante le vinificazioni. Anche questo sembra un po’ un filo conduttore dei piccoli produttori che cercano qualità. Tanto quanto il naturale inerbimento dei terreni anche qui viene praticato in modo sistematico.
Volatili sottili, in parte ricercate come spunto per aggiungere dinamicità al vino.
Qui il concetto di macerazione diventa Infusione secondo i principi orientali del The che Alessandro racconta a da cui prende spunto per “estrarre” cose diverse dall’uva.
Sei giorni per la Ribolla, quanto basta per assumere la materia che questa uva vinificata tradizionalmente non ha.
L’uso in alcuni casi di botti aperte e scolme in puro stile Jura.
Tanta continua sperimentazione alla ricerca di esperienze sensoriali.
Un puzzle di usi e costumi del vino del mondo per comporre in ogni piccola sfumatura il vino che gli piace. Decisamente un’alchimia.

Sul loro sito si legge “Il legame tra uomo e terra è il patto più sincero che ci sia.” e non è solo una massima ma la vera filosofia che trasmette quando afferma che è un obbligo morale consegnare la terra su cui lavoriamo al futuro in condizioni migliori di quelle in cui l’abbiamo ricevuta.

Tutti a sedere in cantina e si parte con la degustazione.

Pinot Grigio 2016 - Eccolo qua, fiori e frutta bianca, erbe profumate di campo, concentrato di freschezza e mineralità che spingono un frutto elegantissimo. Si può dire che è buono? si può dire…. Ma come diventerà?

Pinot Grigio 2013 - Eccolo ! Si cambia registro, la frutta diventa esotica, il fiore un po più secco, le erbette virano al the e si arricchisce di un elegante e stupefacente nota di idrocarburi da Riesling. Grande complessità ed armonia in un sorso pulito ed evoluto.

Sauvignon 2015 - Varietale ma elegante, non spudorato. Vegetale ma di note balsamiche non di pomodoro. Complesso nelle sue sfumature da infusione. Agile, vispo. Un’acidità tagliente a fine bocca che pulisce e ti fa ripartire goloso

Ribolla 2016 - Una sorpresa…pepe bianco, the inglese da colazione, legni profumati, albicocche disidratate il tutto perfettamente armonizzata dall’acidità pungente della ribolla che non si è persa in cantina ma brilla nel bicchiere e in bocca.

Risic Blanc 2016 - Ecco la volatile di cui si parlava, punge solo un poco all’inizio poi si apre e scompare dal bicchiere. Metodo solera in botti scolme. Un piccolo Jura friulano. Aromi balsamici del campo, profumati e mai scomposti, profumi del sottobosco fresco, delle felci bagnate e ancora tanta freschezza e sapidità che la spinge ancora oltre. La bocca è grassa, quasi burrosa nelle sue sfumature. Un vino da aspettare perché regalerà emozioni.

Tutti sul pullman per tornare a casa, tempo per riflessioni e consuntivo.

Si torna a casa arricchiti da questa esperienza. Arricchiti dalle tante diversità che paradossalmente accomunano una regione. Il Friuli ci ha dimostrato di essere vocatamente chiuso nelle proprie tradizioni quando si parla di uve ma assolutamente aperto, cosmopolita, quando si parla di vinificazioni. Unito a doppio nodo nel conservarsi e libero di spaziare in sperimentazioni. Poliedrico con un obbiettivo comune quando si parla di qualità. Sempre guardando avanti senza fermarsi alle osterie che hanno permesso di nascere e di svilupparsi. Gente concreta, decisa, diretta e verticale come i propri vini bianchi e allo stesso tempo ricca di complessità che si snodano tra le colline anche a pochi chilometri di distanza uno dall’altro. Gente comunque molto disponibile, morbida ed elegante come i sorprendenti rossi che abbiamo assaggiato.
In Friuli si respira vino di qualità e ci porteremo il ricordo con noi che faccia da stimolo a tornare per visitare ancora tante ottime realtà che ci sono e che compongono un grande puzzle da risolvere.

Ma ricordatelo bene, in Friuli si beve TOCAI, non Friulano !

 

Aldo Mussio

Wine Lover and Champagne addicted. Da tutta la vita si destreggia e sopravvive tra hardware e software di tutte le specie, che sono poi la sua vita imprenditoriale. Ha trovato rifugio nel mondo del vino in tutte le sue declinazioni ludiche e si distrae in vari ambienti “social”.

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